«Fast food» sotto accusa. Questa volta la colpa è dei contenitori

Di critiche, la ristorazione «fast food» non si può certo dire che non ne abbia avute. Dagli anni ’50, quando è stato coniato questo termine, i nutrizionisti hanno duramente criticato questo modello alimentare per via dei nutrienti e dei rischi per la nostra salute ad esso associati. Nei giorni scorsi uno studio pubblicato sul Environmental Health Perspectives ha portato nuovamente alla ribalta il «fast food». Anche questa volta i toni non sono stati positivi.

I ricercatori della George Washington University hanno infatti associato il consumo  di«fast food» un’altra controindicazione, ovvero quella di esporre gli ignari clienti agli ftalati. Gli ftalati sono sostanze chimiche che vengono aggiunte alla plastica per migliorarne alcune sue caratteristiche meccaniche, come ridurne la fragilità ed aumentarne la flessibilità e la malleabilità. Secondo il Ministero della Salute, gli ftalati «sono sostanze tossiche per la riproduzione, soggette a restrizione europea».

L’equipe di ricercatori della George Washington University ha scoperto che le persone che mangiano cibo «fast food» in media hanno nel loro organismo livelli più elevati di alcuni ftalati. Da una serie di studi precedenti, pare che gli ftalati se ingeriti, masticati o succhiati comportino dei rischi per la salute tra i quali, appunto, il rischio di infertilità, in particolare negli uomini.

Stando a quanto scrivono i ricercatori, l’elevato tasso di concentrazione di ftalati nei cibi «fast food» non è tanto dovuto all’origine del cibo stesso, quanto piuttosto al processo attraverso il quale il cibo viene preparato.  «Non stiamo cercando di generare paranoia o ansia, ma penso i nostri risultati sono eclatanti», ha dichiarato il dott. Ami Zot, uno degli co-autori dello studio.

Dalla George Washington University, una sorprendente ricerca lega il consumo di questi cibi al rischio di femminizzazione degli uomini. Foto insidethemagic / CC (BY-NC-ND)

Dalla George Washington University, una sorprendente ricerca lega il consumo di questi cibi al rischio di femminizzazione degli uomini.

L’equipe di ricercatori americani ha analizzato i dati raccolti tra il 2003 ed il 2010 da un campione di 9000 americani a cui fu sottoposto un questionario riguardo al cibo assunto durante le ultime 24 ore e fu pure prelevato un campione di urine. Da un’analisi dei dati raccolti è emerso che:

  • circa un terzo dei partecipanti aveva mangiato cibo «fast food» nelle 24 ore precedenti il test;
  • i campioni di urina prelevati ai partecipanti che avevano mangiato«fast food» nelle ultime 24 ore presentavano livelli molto alti di due ftalati: ftalato di bis(2-etilesile) e ftalato di diisononile;
  • gli esami alle urine eseguiti sulle persone che avevano riferito di aver mangiato una discreta quantità di cibo «fast food» evidenziavano livelli di ftalato di bis(2-etilesile) e di ftalato di diisononile rispettivamente il 15,5% ed il 25% superiori a quelli fatti registrare da chi non aveva mangiato«fast food» nel corso della giornata;
  • gli esami eseguiti sulle persone che avevano riferito di aver mangiato cibo «fast food» in abbondanza mostravano un  incremento diftalato di bis(2-etilesile) e ftalato di diisononile nelle urine rispettivamente del 24 per cento e 39 per cento.

La ragione per cui le urine delle persone che mangiano cibo «fast food» contengono livelli molto elevati di prodotti chimici industriali potenzialmente nocivi come gli ftalati non è chiaro. Tuttavia si ritiene che la presenza di queste sostanze sia la conseguenza del lunghissimo processo di trasformazione a cui sono sottoposti questi cibi. Prima di arrivare nel piatto del consumatore, il cibo entra in contatto con vari nastri trasportatori, strumenti e apparecchiature di plastica che contengono ftalati i quali, in parte, passano ai cibi. Più lungo è il processo di trasformazione, e maggiore è il contatto che il cibo ha con tali sostanze.

Piuttosto che “allarmarci” sui rischi associati al cibo «fast food» questa ricerca dovrebbe tuttavia sensibilizzarci, più in generale, sull’importanza di prediligere un’alimentazione semplice e fondata su cibi che subiscono poche trasformazioni.